Capita a fagiolo, come si suol dire, un articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa il 22 giugno scorso, sui neologismi più odiati del Web 2.0. Dico “a fagiolo” perché nelle scorse settimane ho affrontato più volte l’argomento neologismi, con riferimento al mondo della comunicazione pubblicitaria. In questo caso parliamo invece di rete, ma pur sempre di comunicazione si tratta.
Evidentemente non solo la rete corre sempre più in fretta ma anche tutto ciò che da essa deriva, compreso il cambiamento del nostro linguaggio quotidiano, che si evolve proprio sotto i nostri occhi.
I cinque termini più odiati – secondo quanto rilevato dall’Istituto di ricerca inglese YouGov su un campione di 2091 -persone sono:
- folksonomy
- blogosfera
- blog
- netiquette
- blook (termine derivato da blog e book, usato per definire libri basati su materiale precedentemente pubblicato su un blog)
Come abbiamo già più volte sottolineato, la lingua è viva, si evolve e la rete, dopotutto, non ha fatto altro che accelerare questo processo, in sé assolutamente naturale.
In coda alla suddetta classifica troviamo ancora qualche chicca, come ad esempio webinar (abbreviazione di Web-based seminar, ovvero una presentazione, lettura o workshop trasmesso via web), vlog (=videoblog), social networking, cookie, wiki e molti altri ancora.
Come apprendiamo ancora dall’articolo pubblicato sul sito de La Stampa:
Il recente sondaggio è stato ampiamente commentato dai siti d’informazione anglosassoni, con toni più o meno ironici, sempre sottolineando il caotico impatto che Internet e le nuove tecnologie hanno avuto e stanno avendo sulla lingua inglese. Ma cosa dovremmo dire noi italiani, che oltre ad adottare tutti questi termini abbiamo preso anche l’abitudine di adattarli artificiosamente alla nostra lingua?
Qualche anno fa ci limitavamo a “faxare†(inviare un fax) e “scannerizzare†(catturare un documento tramite scanner, versione splatter: scannare). Oggi ci siamo evoluti e abbiamo iniziato a “postareâ€, “mailareâ€, “craccare”, “cliccare”, “downloadare”, “messaggiare” e “bloggareâ€. Chissà cosa ci riserverà il futuro. E chissà quanti tranquillanti stanno consumando all’Accademia della Crusca.
Parole sante, oserei dire. Talvolta forse ci lasciamo davvero prendere la mano dall’esterofilia linguistica e perdiamo un po’ di vista la naturalità del nostro idioma.
D’altro canto, lo sappiamo bene, indietro non si torna, poiché ogni nuova esperienza, ogni contaminazione culturale, comporta inevitabilmente un cambiamento. Ed è da qui che necessariamente si deve ripartire, verso un futuro che scriviamo ogni giorno, magari proprio attraverso una e-mail.
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