É quanto apprendiamo da un articolo di Andrea Porta del 28 febbraio 2008 pubblicato sul sito della rivista Focus, da cui apprendiamo che la sintesi – a lungo immaginata dalle serie di fantascienza – tra digitale e biologico potrebbe non essere così lontana. Tutti gli amanti di Star Trek certamente ricorderanno le “gelatine bioneurali” con cui era equipaggiata l’astronave Voyager, che tanto incredibili apparivano appena qualche anno fa agli occhi del pubblico.
Il computer “complesso” è stato presentato all’Università di Osaka (Giappone), dimostrando che è già possibile realizzare “periferiche” di archiviazione di massa (in grado di superare in capienza i dvd) grazie all’utilizzo della Alexa Fluor 532-streptavidina, una speciale proteina derivata da un batterio e poi resa fluorescente. Attivando la proteina con sostanze chimiche fotosensibili e fasci luminosi è stato possibile creare microscopici “disegni” corrispondenti alle informazioni da immagazzinare. Tali disegni proteici vengono poi reinterpretati da un software e utilizzati come dati.
Per quanto la notizia appaia futuristica, il progetto iniziale di un computer organico risale a quasi dieci anni fa quando al Georgia Institute of Technology era stato prodotto un computer privo di processori e funzionante con i “semplici” neuroni di una lumaca.
Inutile sottolineare quanto tali scoperte possano influenzare l’evoluzione futura dei computers: in quale direzione si muoverà la tecnologia è però ancora difficile stabilirlo.
Vi rimando alla lettura integrale dell’articolo per maggiori approfondimenti.

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